
Un giorno qualunque. E’ mattino, presto. Una donna è nella cucina di casa sua, seduta su una sedia di plastica blu con i profili in metallo lucido, di fronte a lei c’è un’altra sedia. Non ha dormito. Ha l’aria stanca. Indossa una tuta di ciniglia color azzurro-cielo. Non ha le scarpe ai piedi, ma solo un paio di calze bianche. Ha circa cinquant’anni, è magra, alta, i suoi lineamenti sono induriti e portano i segni di una bellezza classica, oggi sfiorita. Ha i capelli neri mescolati a fili bianchi trattenuti da due forcine in una crocchia disfatta. La donna fissa con intensità la sedia vuota che le sta davanti, come se qualcuno ci fosse seduto sopra.
“Credi che se mi concentrassi potrebbe accadere? Se ripensassi intensamente a me com’ero quel giorno, a quel mattino di luglio, a com’ero vestita, a cosa pensavo, credi che potrebbe succedere?”
Chiude gli occhi. Li riapre.
“E se invece fosse sufficiente addormentarmi? Forse tutto questo è soltanto un sogno. Se dormissi sarebbe possibile che al risveglio fosse di nuovo il luglio di trent’anni fa? Ma come faccio a dormire, non ci riesco. Ho paura di rifare ancora quel sogno. Quella casa grande, col tetto che crolla e io che tremo per il terrore e prego di non morire. Se solo ci fosse il modo di dormire e basta.”
Si alza, cammina avanti e indietro contorcendosi le mani.
Suona il telefono. La donna lo fissa ostile. Poi lo ignora. Il trillo continua per qualche secondo, infine ritorna il silenzio.